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EMOJI E LAVORO

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EMOJI E LAVORO, LE DIVERSE FACCE DELLA COMUNICAZIONE

Relegate prevalentemente nella sfera privata, le emoji – negli ultimi due anni – hanno trovato largo impiego anche in quella lavorativa. Nel periodo di pandemia, quando eravamo chiusi ed isolati ed i nostri unici contatti con familiari, amici e colleghi erano solo virtuali, le emoji ci hanno permesso di esprimere al meglio i nostri sentimenti modificando il nostro modo di comunicare. Non stupisce, infatti, che rispetto al 2020 – come ha messo in luce una ricerca di Slack – ci sia stato un boom nell’uso delle faccine anche per quel che riguarda la comunicazione aziendale.

LA NUOVA COMUNICAZIONE AZIENDALE

Messaggistica istantanea e linguaggio informale hanno preso del vecchio “aziendalese”. Tramite le applicazioni di messaggistica si può esprimere in maniera veloce quello che prima era detto a voce o tramite e-mail, viste ormai dai giovani come un mezzo eccessivamente formale e lento. Per Francesca Chiusaroli, docente di linguistica all’Università di Macerata, questa nuova forma di comunicazione presenta due caratteristiche principali:

  • l’abbassamento del livello di attenzione e di sorveglianza dello stile di scrittura che rende questo tipo di linguaggio dinamico, spontaneo anche se passibile di refusi visto che quasi mai vengono riletti;
  • la brevità che permette di simulare il modo parlato di esprimersi andando di fatto a sostituire lo scambio a voce.

Anche se da un lato questo tipo di comunicazione ha permesso al lavoratore, soprattutto se svolto in forma ibrida o da remoto, di esprimere sé stesso in maniera più facile entrando maggiormente in sintonia con i colleghi, dall’altro bisogna prestare molta attenzione alle possibili mal interpretazioni.

LE INCOMPRENSIONI INTERGENERAZIONALI

Uno studio condotto da Loom ha evidenziato come il 91% dei lavoratori intervistati sia stato frainteso o mal interpretato nei propri messaggi digitali influendo, per il 62% sul proprio stato di benessere. In questo le emoji potrebbero peggiorare la situazione. Molte di queste infatti hanno significati diversi e sono interpretate diversamente a seconda della generazione di appartenenza. Quanti di noi, ad esempio, per dare il proprio “OK” ha usato il “pollice in su”? Per la Generazione Z l’uso di questa emoji è considerato “ostile e maleducato”. E non è l’unica!

L’incomprensione intergenerazionale è un tema sempre attuale e, dato che le emoji sono una parte così importante della nostra comunicazione, anche loro ne saranno coinvolti“, afferma Keith Broni, il direttore di Emojipedia. “Sul posto di lavoro, oggi, ci sono più generazioni insieme e questo – prosegue – non è mai successo in passato. Questo vuol dire che quando tendiamo a usare lo stile di comunicazione che useremmo con i nostri coetanei ci possano essere dei problemi di comunicazione con generazioni diverse“.

Inoltre, “se ci si scrive per concordare un appuntamento, l’emoji del pollice in su in quel contesto non sconvolgerà nessuno. Ma se chi ha scritto il messaggio originale ritiene che il suo testo meriti più di un pollice in su – ad esempio: «Ho passato tutto il fine settimana a lavorare su quella relazione che mi hai chiesto, sarà pronta lunedì come prima cosa e ne sono molto soddisfatto» – questo verrebbe interpretato come una risposta poco impegnativa e sprezzante“.

EMOJI SÌ MA CON PARSIMONIA

Nonostante le possibili incomprensioni generazionali e culturali, le emoji restano per la maggior parte dei lavoratori un modo veloce ed efficiente di esprimere le proprie idee e la propria opinione senza perder troppo tempo in riunioni e telefonate. Basta solo utilizzarle con parsimonia e tenendo sempre ben presente il contesto prima di premere invio.

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