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Le indagini di Ennio

LA TUTELA DELLA SALUTE: TRA DIRITTI E DOVERI

Fino alla II guerra mondiale ed anche un po’ oltre nel nostro Paese la percezione collettiva e condivisa della vita, circa l’accettabilità della sua qualità e durata, aveva un carattere naturistico condito da un sentimento di una immodificabile ineluttabilità, quasi fatalistica.

Come le stagioni dell’anno producevano frutti diversi, coerenti alle scansioni climatiche alle quali non ci si poteva che adeguare, così la vita scorreva secondo un disegno poco modificabile dall’intervento dell’uomo. La breve e spesso sofferente presenza dell’uomo sulla Terra era considerata un postulato proprio e originale della umanità.

A tale comune pensiero contribuivano una serie di fattori.

In primo luogo giocava un ruolo cruciale la scarsa, distratta, quasi indifferente attenzione al bene della vita che trovò una rappresentazione nella comune passiva reazione ai milioni di morti caduti nella Prima guerra mondiale ed anche alle modalità nelle quali tali morti si erano verificate (pensate per un attimo ai giovani soldati, inebetiti dall’alcol, letteralmente scaraventati fuori dalle trincee verso una morte quasi certa. Una specie di tiro al piccione, barbaro uso per altro ormai cancellato dalle nostre leggi e soprattutto dalla nostra comune cultura).

D’altra parte non si era ancora affermata e quindi consolidata una Medicina posizionata nella società come una Struttura protettiva, organizzata, capillare sul territorio. Nonostante il fatto che l’istituto dell’Ospedale era stato inventato dagli Antoniani proprio in Italia circa 1.000 anni prima!

C’erano invece i grandi demiurghi, santoni illuminati da una aurea reverenza – i Valdoni ed ancor prima i Cardarelli – che per le loro grandi capacità diagnostiche e terapeutiche costituivano una conferma del fatto che il diritto ad essere ben curati e quindi salvati rappresentava un’eccezione dalla normale situazione generale.

La mortalità infantile era elevatissima come quella delle partorienti.

Le grandi scoperte

Ed inoltre non erano ancora arrivate le grandi scoperte scientifiche, quelle tecnologiche e della chirurgia; pensate   ad esempio alla penicillina, al vaccino antipolio, alle tecniche di indagine quali la Tac e la Risonanza Magnetica, ai trapianti di organi cominciando da quelli del cuore, iconici in quanto questo organo veniva ed ancora viene considerato non soltanto il centro fisiologico ma anche quello  spirituale dell’uomo.

Insomma, la modesta e spesso non serena durata della vita umana era in generale accettata come una condizione insita proprio nella natura dell’uomo medesimo. Nel 1920 la durata media nel nostro Paese era di 60 anni, non lontana da quella che si registrava nel Medio Evo.

La Costituzione

Il momento di rottura arriva per noi proprio con quell’articolo 32 della nostra Carta Costituzionale, anche per la quale possiamo stimare quanto i nostri Padri Costituenti siano stati grandi e illuminati. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività….”

Lentamente, molto lentamente, questo principio   è andato affermandosi nei fatti; tuttavia soltanto dopo 30 anni, nel dicembre del 1978, fu costituito il Servizio Nazione Sanitario che inglobò e spazzò via la moltitudine di casse corporative.

Intanto la Ricerca Scientifica, giorno per giorno, ha messo a disposizione nuovi strumenti di difesa della salute e di postergazione della data di fine vita; la diagnostica, sostenuta dalla tecnologia informatica, è diventata più certa ed affidabile; i processi terapeutici si sono fatti più adeguati ed omogenei; la chirurgia ha fatto passi da gigante spingendosi in territori impensabili appena qualche anno prima.

Dei diritti e dei doveri

Il diritto alla salute è uscito dalle pagine della Costituzione ed è diventato un fatto realizzato.

Appare quindi suggestivo che il profondo, e rapido, miglioramento della salute collettiva – una conquista il cui merito è da attribuire alla classe medico/scientifica – si sia ritorta proprio contro questa classe.

L’odioso termine “malasanità” risulta sempre più usato – meglio dire: abusato- dal comune cittadino il quale pretende di essere protetto, comunque e sempre, anche quando la sfida contro il “disegno della Natura” si fa impari.

In effetti presumiamo di essere stati capaci di sconfiggere il ciclo naturale delle cose. Ora abbiamo a disposizione le ciliegie a Natale! E ci sembra di aver fermato “l’insulto del tempo” ricorrendo sempre più spesso alla chirurgia plastica, vestendoci e assumendo stili di vita propri degli adolescenti.

E quindi ci aspettiamo che la Sanità faccia la sua parte. Lo sentiamo come un nostro diritto! Lo dice pure la Costituzione!

Ma ci dimentichiamo dei nostri doveri; del loro rispetto per il nostro interesse e per quello della società nella quale viviamo.

A volte curiamo poco la nostra igiene personale; facciamo poca prevenzione; ci riempiano i cassetti di medicinali al limite del placebo o che poi trascuriamo di assumere secondo la prescritta precisione e puntualità; conduciamo stili di vita poco compatibili con la nostra anagrafe; non riposiamo a sufficienza; celebriamo quotidianamente il rito alcolico dell’aperitivo; frequentiamo le palestre per migliorare il nostro aspetto piuttosto che la nostra salute.

E alla fine consegniamo la nostra macchina – cioè il nostro corpo – alla nostra Officina Meccanica – la Struttura Sanitaria – pretendendo che questo sia trasformato, per un incanto scientifico, in nuovo modello scattante e luminoso. Non ci rimane che chiedersi: “dipende anche dal mancato rispetto dei nostri doveri di cittadini l’insopportabile onerosità del Bilancio Economico della nostra Sanità nazionale ?!”

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