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IL LAVORO

È ANCORA UNA COSA CENTRALE NELLA NOSTRA ESISTENZA?

La notizia è apparsa qualche giorno fa: “la più grande banca italiana sta seriamente pensando di concentrare l’orario di lavoro – e quindi servizio al pubblico – a 4 giorni. I dipendenti manifestano grande entusiasmo per questa proposta”.

Mi sembra passata una vita intera da quando fu istituita (ma non per tutti) la settimana corta! Ci sembrò una conquista epica che consentiva a tutti noi dipendenti di ritagliarci una porzione di vita propria, pur non abdicando all’inattaccabile totem della centralità del nostro lavoro.

Il lavoro a quel tempo, con una impronta esageratamente di genere maschile, costituiva il terreno ove veramente l’uomo si realizzava, mostrava la forza delle proprie capacità, non soltanto professionali, della determinazione del proprio carattere; costituiva l’unico strumento di realizzazione dei nostri desideri non soltanto materiali. Tutto il resto costituiva (parafrasando Tallejrand) “una pagina bianca tra una settimana lavorativa ed un’altra”.

In fondo, dopo molti millenni di storia dell’Umanità, l’approccio al lavoro era rimasto invariato. Come il cacciatore primitivo tornava nella sua caverna felice di aver catturato una preda per la propria famiglia ed orgoglioso di aver loro garantito la sopravvivenza, in modo simile, noi giovani impiegati, eravamo fieri di esserci procurato il cibo – il nostro stipendio – e con esso la Fiat 500 a rate e qualche vestito alla moda. L’aver interrotto la nostra dipendenza economica da terze persone ci rendeva agli occhi degli altri visibilmente realizzati.

Ma il lavoro non era avvertito soltanto come strumento di soddisfazione delle nostre esigenze ma anche come fine autonomo e condizione essenziale della nostra “dimensione umana”. D’altra parte – ci dicevamo – la nostra Costituzione non recita nella sua prima riga che “l’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro”?

Un po’ alla volta, e poi precipitosamente negli ultimi tempi, le cose sono cambiate. Il lavoro è tornato ad essere soltanto uno strumento necessario, accettato soltanto in quanto indispensabile per la nostra sopravvivenza, intesa quest’ultima come risposta ai nostri bisogni indicati dalla omologazione ai nuovi stili di vita.

La percezione di molti è che, come la famiglia non costituisce più la matrice centrale dell’educazione e del carattere delle giovani generazioni, parimenti il lavoro ha perso il suo ruolo monopolistico nella realizzazione del cittadino come entità proiettata a migliorare il suo status, non soltanto economico, e parallelamente quello della società nella quale vive.

Mi chiedo come questo possa essere successo. Coesistono, a mio parere, una serie di fattori, diversi ma confluenti nella insidia alla centralità del lavoro. I giovani arrivano tardi al lavoro, proprio nella stagione della loro vita nella quale hanno perso gran parte dei loro impulsi passionali destinati a radicarsi nella loro intera esistenza lavorativa. Il benessere delle famiglie di provenienza – ed anche i sussidi governativi – li tiene a casa in una situazione protettiva che indebolisce la loro voglia di sfidarsi in un lavoro anche non immediatamente adeguato al loro status sociale e scolastico. Su questo punto l’incapacità dello Stato di ristrutturare l’impianto scolastico/formativo al fine di coniugare la preparazione tecnico/ professionale con le richieste dell’imprenditoria allontana i giovani dal lavoro per il quale si sono preparati sui banchi di scuola.

Ma non lavorare, stare a casa, ha anche un effetto subdolo in quanto contribuisce a non considerare il lavoro come una dimensione naturale. Spinge ad esternalizzare la responsabilità del proprio stato di inoccupazione. Convince conseguentemente a ritenere legittimo l’accesso ad istituti di welfare permanenti.

In questo modo si sono generate due diverse categorie di cittadini. Accanto a quelli che non lavorano – e che spesso non hanno mai lavorato – ci sono quelli che invece lavorano. Ma anche per questi il Lavoro ha perso gran parte della sua centralità. Ormai (quasi) tutti siamo alla ricerca di un diverso bilanciamento tra lavoro, attività ludiche, sportive e relazionali. La pandemia ha velocizzato un processo già in atto da qualche decennio rendendo necessario – e quindi agevolando – il lavoro domiciliare; è stato qualcosa di diverso dall’autentico “smart-working” ma comunque capace di rendere fruibile un nuovo modello di impegno lavorativo, ove le attività giornaliere si confondono e trovano un nuovo equilibrio, prima sconosciuto. Il Tempio del Lavoro, che prima era costituito dalla Azienda, si è frantumato in tanti microcosmi domiciliari. Mentre tutto il mondo che ruota attorno al lavoro (ristorazione, trasporti, abbigliamento) sta cercando un nuovo possibile posizionamento, l’Azienda/Ufficio è diventata una stazione di transito rinunciando – mai del tutto – alla sua funzione vitale fondata sulla socialità, sullo scambio e sul trasferimento delle conoscenze.

Non sappiamo se questo profondo cambiamento culturale in continua evoluzione sarà una cosa buona per la nostra futura società. Probabilmente le vecchie generazioni hanno esagerato nel consegnare al Lavoro una posizione di assoluta priorità; hanno sbagliato nel privilegiare il lavoro alla attenzione alla propria famiglia, ritenendo di aver assolto ai propri doveri di padri soltanto garantendo un miglior livello di vita. Pur tuttavia dobbiamo ammettere che quella spinta verso il lavoro, passionale e totalizzante, è stata la chiave del nostro riscatto nazionale economico ed identitario.

Non ci rimane che sperare che questa nuova visione del lavoro – sempre più considerato semplicemente uno strumento – a volte opprimente ma necessario per conseguire altre utilità nelle quali il cittadino sembra trovare oggi la sua vera realizzazione – saprà proteggere l’entusiasmo e la passione di ciascuno di noi, ingredienti essenziali per ogni intrapresa produttiva e per il benessere ed il progresso della società intera.

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