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Ministero Transizione Ecologica

Ambiente

IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Arriva, anche in Italia, il Ministero della Transizione Ecologica affidato a  Roberto Cingolani, noto fisico ed esperto di intelligenza artificiale. 

In Italia la politica non ha mai considerato l’emergenza climatica come una priorità. L’approccio del presidente Draghi va in tutt’altra direzione“.

Ivan Novelli, presidente di Greenpeace Italia

“Le risorse sono tante e devono essere spese tutte e bene con i progetti giusti: con eolico e fotovoltaico, con impianti per l’economia circolare” e, aggiunge, di aver “sottolineato la necessità di snellire la burocrazia, rafforzare i controlli ambientali e professionalizzare la pubblica amministrazione. Le sue parole ci fanno ben sperare”.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente
MA IN COSA CONSISTERÀ ESATTAMENTE?

Questa è la domanda che si sta ponendo un italiano su tre in queste ore. Da una bozza di decreto, riportata dall’agenzia di stampa Ansa, si legge: 

Al Ministero della transizione ecologica sono trasferite le funzioni esercitate dal Ministero dello sviluppo economico in materia di politica energetica, ferme restando le competenze in materia di liberalizzazione e concorrenza dei mercati e sicurezza degli approvvigionamenti di energia”  

Il nuovo ministero (Mite) accentrerà tutte le competenze legate a “rinnovabili, decarbonizzazione, efficienza energetica, ricerca e nuove tecnologie energetiche clean, mobilità sostenibile, piano idrogeno e strategie di settore, decommissioning nucleare, transizione sostenibile delle attività di ricerca e produzione di idrocarburi“.  

Mentre le competenze “direttamente connesse ad ambiti dell’economia italiana” resteranno affidati al “Mise, in cui è prevalente l’interesse pubblico in materia di concorrenza e mercato e quelle di sicurezza fisica delle forniture di energia“. 

La scelta di creare, come è già stato fatto in altri paesi europei, un dicastero apposito per la gestione dell’emergenza climatica, è un fattore fondamentale. Il tema della transizione energetica occupa quotidianamente le agende e le pagine dei giornali dei principali Paesi Europei. Ora, anche l’Italia, sembra finalmente aver capito l’urgenza di lavorare alla “missione green” condivisa da tutti gli Stati membri. 

Confidiamo che, una volta delineate, le linee guida di questo neo nato ministero, possano accompagnare tutti i settori: da quelli industriali e tecnologici fino a quelli dei servizi passando per quelli finanziari e assicurativi.

IL FOCUS SULL’AMBIENTE

A tal proposito, la Commissione Europea, pochi giorni fa, ha proposto di istituire 10 nuovi partenariati europei tra l’Unione europea, gli Stati membri e/o l’industria. Il suo scopo è quello di “accelerare la transizione verso un’Europa verde, climaticamente neutra e digitale e migliorare la resilienza e la competitività dell’industria europea”. 

I dieci partenariati serviranno a migliorare la preparazione e la risposta dell’UE a: 

  • malattie infettive,  
  • aeromobili efficienti a basse emissioni di carbonio per un’aviazione pulita,  
  • uso di materie prime biologiche rinnovabili nella produzione di energia,  
  • garantire la leadership europea nelle tecnologie e nelle infrastrutture digitali, 
  • aumentare la competitività del trasporto ferroviario. 

Per questi obiettivi, l’UE erogherà quasi 10 miliardi di euro di finanziamenti e i partner metteranno a disposizione almeno un importo equivalente in investimenti. 

IL MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA IN EUROPA

Com’è organizzato negli altri paesi questo dicastero? In Francia, il suo compito principale è quello di attuare le politiche governative in materia di: sviluppo sostenibile, ambiente e tecnologie verdi, transizione energetica, energia, clima, prevenzione dei rischi naturali e tecnologici, sicurezza industriale, dei trasporti e delle infrastrutture.

Anche in Spagna, i compiti riguardano sia l’ambiente che l’economia. Oltre che della lotta al cambiamento climatico, si occupa di proteggere: il patrimonio naturale e la biodiversità, i boschi, il mare, l’acqua. Lavora a un modello sociale e produttivo più ecologico e si occupa anche di demografia e spopolamento dei territori.

LE SEI PRIORITÀ PER L’AMBIENTE

Il neo ministro, prima dell’incarico, nella sua rubrica su Green&Blue de La Repubblica aveva scritto sei editoriali sulle priorità per l’ambiente. Vedremo se saranno proprio questi la base di lavoro del Ministero della Transizione Ecologica.

1. L’intelligenza globale ci salverà

La rubrica inizia parlando di tecnologia, “intesa come l’applicazione di soluzioni pratiche atte alla risoluzione di un problema“.

Dopo un excursus sulla nascita e le sue evoluzioni “non uniformi“, si focalizza sulla stretta relazione che esiste tra “intelligenza globale e sviluppo tecnologico: il cervello umano è una macchina strabiliante, che può compiere fino a cento milioni di miliardi di operazioni logiche al secondo; più o meno come un supercomputer all’exaflop“, scrive Cingolani.

Gli esseri umani, infatti, più o meno partecipativi del processo, hanno aumentano l’inventiva collettiva e il tasso di sviluppo tecnologico. Esso prosegue a ritmo sempre più serrato anche grazie alla nascita di Internet e la rivoluzione digitale. Cingolani spiega come “il ritmo del progresso continuerà a crescere” ma la sua domanda è: “sapremo stare al passo con questi sviluppi”? Le possibilità di andare su altri pianeti, oltre il Sistema Solare, è sempre più vicina, la speranza del neo ministro è quella di “non aver esaurito il nostro prima“.

2. Valutare in anticipo gli effetti collaterali dell’innovazione

Tutti gli organismi della Terra, in un modo o nell’altro, evolvono“. L’uomo, con l’aumento del progresso, ha aumentato anche il numero della popolazione ed il relativo sfruttamento di risorse naturali. Questa espansione “parassitaria” dell’uomo ha generato “i tre debiti del progresso“.

Il primo è il debito demografico“. Con l’allungamento della vita e la diminuzione delle cause di mortalità sono aumentati “i costi che devono sostenere i sistemi pensionistici e sanitari” diventando così una fonte di instabilità economica.

Il secondo debito è quello ambientale“. L’utilizzo sempre più massiccio di risorse dovuto allo sviluppo industriale ha portato al limite il nostro pianeta. “L’overshoot day“, il giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce le risorse per quell’anno, cade sempre prima. Nel 2020, ad esempio, il giorno è stato il 22 agosto. In questo modo stiamo accumulando sempre più debito di risorse con il nostro pianeta.

Il terzo debito è quello cognitivo. “Con lo sviluppo dei mass media” abbiamo a disposizione un quantitativo sempre maggiore di informazioni. “L’avvento di Internet e la rivoluzione digitale hanno però portato ad una vera e propria esplosione dell’infosfera” generando un flusso di dati difficile da metabolizzare. “Se l’informazione fosse luce, oggi ne saremmo completamente abbagliati; il suo eccesso sta generando danni permanenti all’ecologia della nostra mente“.

Questi tre “debiti” mettono a rischio la sopravvivenza dell’uomo. La soluzione per mitigarne gli effetti, spiega Cingolani, è incorporare “fin da subito i costi del progresso nei nostri calcoli“. Un esempio? Le automobili elettriche. Esse presentano ad oggi “costi sociali e ambientali ancora insostenibili” che necessitano di tempo per uno sviluppo appropriato.

Bisogna “ripartire da una metodologia di risk assessment che valuti il costo degli effetti collaterali dell’innovazione” e lavorare sulla “capacità di prevenzione, introducendo una visione di sostenibilità di lungo periodo“.

3. Energia: urgente la transizione verso le rinnovabili

Il motore del progresso di Sapiens è stata la sua capacità di trovare fonti di energia sempre più potenti ed efficienti“. Questo sfruttamento ha portato a tre importanti effetti negativi:

  • accentuazione delle disparità di accesso all’energia, aumentando le disuguaglianze;
  • incremento dell’emissione di gas serra nell’atmosfera, aggravando il riscaldamento globale;
  • peggioramento della qualità dell’aria, con conseguenze epidemiologiche.

L’84% circa del fabbisogno globale di energia viene ancora da combustili fossili, l’11% da quelle rinnovabili ed il 4% dal nucleare. Nonostante alcuni progressi verso la decarbonizzazione sono stati fatti, ma non sono ancora sufficienti.

Questa dipendenza dai combustibili fossili porta ogni anno all’emissione di quasi 40 miliardi di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. L’attuale accesso disparitario alle energie genera disuguaglianza tra nazioni: “in sostanza, al mondo c’è chi ha molta energia e chi ne ha poca, e anche tra chi ne ha tanta, solo alcuni possono permettersi di produrla in maniera pulita“.

Le alte emissioni di anidride carbonica si ripercuotono sull’intero pianeta generando siccità e relativo impatto sulla fauna e l’agricoltura; catastrofi naturali; scioglimento dei ghiacciai; peggioramento della qualità dell’aria; etc. Tutti questi fenomeni causano, oltre al danno all’ambiente anche la perdita di vite umane.

Purtroppo “la finestra di opportunità per intervenire si sta riducendo: per riavvolgere il nastro è necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili. Più aspetteremo, maggiore sarà il colpo di frusta della frenata“.

4. Un nuovo modello per le città

La popolazione mondiale nei prossimi anni raggiungerà circa 9,7 miliardi di individui. Un aumento enorme che porterà alla crescita dell’urbanizzazione.

L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità: le città attraggono talenti e investimenti, la concentrazione di persone favorisce una diffusione più rapida delle conoscenze e un tasso di innovazione più elevato, mentre stimola lo sviluppo delle infrastrutture“. Ma ha anche un lato negativo: l’aumento della congestione e dell’inquinamento causati dallo smog e dai rifiuti.

“L’urbanizzazione sregolata”, infatti, oltre ad incidere negativamente sul cambiamento climatico, porta con sé anche disuguaglianze. L’assenza di infrastrutture adeguate incide sul benessere individuale e sociale delle popolazioni. Questo porta i cittadini ad accentrarsi nelle aree urbane con maggiori servizi abbandonando campagne e zone montane creando disomogeneità della ricchezza. Il 54% della popolazione globale, ad oggi, vive in agglomerati urbani e produce oltre l’80% del PIL globale.

La crescita delle città pone una serie di sfide di natura ambientale e sociale, e rappresentano allo stesso tempo una causa e una conseguenza degli squilibri del nostro ecosistema. Occorre per questo creare dei modelli di città che possano essere da stimolo di ricchezza e conoscenza garantendo però un basso impatto sul pianeta. “Inevitabilmente, il progresso è un pendolo in costante oscillazione tra benefici e costi della tecnologia”.

5. Effetto serra: applicare subito gli Accordi di Parigi

La CO2, insieme ad altri gas inquinanti, rappresenta il principale motore del cambiamento climatico“. Il “riscaldamento globale”, a differenza dei precedenti mutamenti climatici, è di natura antropogenica.

L’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno portato alla richiesta dell’aumento di energia, per la maggior parte fossile, e all’occupazione di spazio destinato alla vegetazione. Questi due fattori portano nell’atmosfera sempre più carbonio e ossidi d’azoto, causando il surriscaldamento.

In soli quarant’anni, tra il 1970 e il 2010, sono state rilasciate nell’atmosfera circa 1.090 miliardi di tonnellate di CO2, più di quante ne sono state prodotte nei duecento anni precedenti“.

Per mitigarne i danni bisogna accelerare sulla decarbonizzazione. Ma come? Per farlo “sono necessari la volontà politica e dei meccanismi di cooperazione per garantire che tutti i paesi svolgano il proprio ruolo“.

Nel tempo molti sono stati gli accordi internazionali che hanno avuto successo: dal Protocollo di Montréal, nel 1989, all’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015 e ancora in corso. Prima verrà attuato il processo di decarbonizzazione e più tempo avremo a disposizione per salvare il pianeta.

6. L’insostenibile pesantezza dell’aria

Una sfida importante da superare è quella del peggioramento della qualità dell’aria. Il 91,3% della popolazione mondiale, secondo i dati dell’Oms, vive in luoghi altamente inquinati. Questo ha effetti epidemiologici devastanti sulla salute dell’uomo.

Nei centri urbani sono molti i fattori che contribuiscono: il traffico, l’aria condizionata, l’illuminazione, la gestione dei rifiuti ma impattano anche l’agricoltura e la silvicoltura.

É necessario quindi contrastare tutti quei fattori che contribuiscono all’inquinamento e “migliorare la qualità dell’aria che respiriamo” sia per salvaguardare la nostra salute che aumentare la sostenibilità del nostro ecosistema.

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